Onorevole Consigliere di Stato Darbellay,

con questa lettera aperta, esortiamo Lei e il Consiglio di Stato a porre fine al condizionamento e all’indottrinamento dei minori che frequentano le scuole del Canton Vallese ad opera delle cerchie ideologiche LGBTIQ* . Con il pretesto della prevenzione dall’abuso, persino i più piccoli vengono instradati sulla via «arcobaleno».

Come riportato tra l’altro dal canale televisivo Canal 9 in una trasmissione del 19 giugno 2026, in Vallese «l’educazione sessuale viene impartita già nelle scuole dell’infanzia». A dispensarla sono i centri di consulenza SIPE, finanziati con denaro pubblico e operanti su mandato del Cantone.

L’obiettivo di proteggere i minori è fuori discussione, ma non è quanto avviene in questo caso. Il tipo di insegnamento proposto non è neutrale dal punto di vista ideologico e, al contrario, rappresenta un potenziale cavallo di Troia per l’ideologia gender e transgender (LGBTIQ*), come lo dimostrano ricerche basate sui fatti. A livello nazionale, i centri SIPE sono membri di Salute Sessuale Svizzera, sul piano internazionale, dicono di condividere «i valori della International Planned Parenthood Federation», che difende il «diritto alla salute sessuale e riproduttiva di tutti». Si richiamano inoltre all’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomanda diritti sessuali dalla nascita e chiede l’educazione sessuale a partire da 0 anni, cosa questa che in realtà spetta ai genitori.

A luglio 2024 i centri SIPE si sono fusi con Aiuto AIDS del Canton Vallese. Lo scopo dichiarato era il «rafforzamento dell’impegno nei confronti dei gruppi target prioritari». Chi sono questi «gruppi target prioritari»? In cima alla lista figurano le «persone LGBTIQ», addirittura ancora prima delle «lavoratrici del sesso» e dei «migranti provenienti da paesi con un’elevata prevalenza di infezioni HIV/STI».

Proseguendo, un’educatrice sessuale interpellata quale voce principale dall’emittente Canal 9 sul tema dell’apparentemente neutrale educazione sessuale impartita nelle scuole vallesane, è l’autrice di una dissertazione realizzata presso l’organizzazione lobbistica Salute Sessuale Svizzera e intitolata «Libri per l’infanzia e LGBTIQ*». Scopo della dissertazione è «esemplificare come si possa trattare la tematica LGBTIQ* nei libri». Nel suo lavoro, Probst indica come obiettivi dichiarati la palese assurdità pedagogica di considerare bambini da 0 anni in su esseri sessuali, la necessità di educarli sessualmente, e il sottoporli all’ideologia LGBTIQ*. Ritiene inoltre la sua tesi «utile per tematizzare le necessità dei docenti nell’affrontare tematiche LGBTIQ* offrendo spunti concreti». Il risultato di tutto ciò è confluito nella «valigia arcobaleno», il prodotto finale del progetto.

Si tratta di una prevenzione contro gli abusi che lascia trasparire stretti legami ideologici. Ovviamente, tra gli obiettivi vi è anche quello di trasmettere contenuti LGBTIQ* già ai più piccoli, con il concreto rischio di creare confusione nella loro sfera sessuale e di indottrinarli. Sotto il pretesto della «prevenzione», nel Canton Vallese si propone, già nelle scuole dell’infanzia, una forma di «educazione sessuale» che può veicolare un’ideologia sessuale invasiva. Ciononostante, molti genitori e responsabili dell’educazione partono dal presupposto che si tratti di semplici «lezioni di prevenzione».

Il Cantone, raccomandando questo genere di «lezioni di educazione sessuale» anche ai più piccoli, ignora completamente queste fattispecie. A quanto pare, la decisione finale spetterebbe ai comuni: Lötschental, Goms, Briga e Naters già si avvalgono dell’offerta SIPE, l’anno prossimo vuole farlo anche il comune di Visp.

Alla luce di questi preoccupanti riscontri, La esortiamo a porre termine al pericoloso condizionamento riconducibile all’ideologia LGBTIQ*, che rischia di danneggiare i minori delle scuole elementari e dell’infanzia vallesane. La preghiamo inoltre di voler confermare la ricezione della presente lettera e di indicarci il contenuto e l’entità delle misure che intendete adottare per impedire la diffusione di contenuti riconducibili all’ideologia LGBTIQ nelle scuole sotto il pretesto della «prevenzione dall’abuso», contenuti che, ripetiamo, possono creare confusione nei bambini riguardo alla sfera sessuale e arrecare loro danni psicologici.

Restiamo volentieri a Sua disposizione per un incontro di persona.

Nell’attesa di un Suo riscontro Le rivolgiamo i nostri migliori saluti.

Associazione Iniziativa di protezione
Casella postale
4142 Münchenstein
info@iniziativa-di-protezione.ch
iniziativa-di-protezione.ch

PS: Il nostro attuale resoconto sulle scuole dell’infanzia vallesane:
iniziativa-di-protezione.ch/

Immagine: IA generato

Tribunale federale di Losanna: presto sentenze in base al diritto UE?

Sventolerà presto al Tribunale federale di Losanna il vessillo europeo?

Andrea Geissbühler
Ex-Consigliera nazionale,
Bäriswil (BE)

Chi crede che l’UDC sia la sola a muovere critiche ai Bilaterali III, in questo momento avrà di che sgranarsi gli occhi: lo studio «Bilaterali III: rapporto sugli effetti della ripresa dinamica del diritto UE sulla democrazia e sul federalismo in Svizzera» elaborato dall’istituto di ricerca liberal-progressista Zentrum für Demokratie Aarau (Centro per la democrazia Aarau), 2026, sta infatti facendo parlare di sé.

Secondo lo studio, la ripresa dinamica del diritto europeo indebolisce la democrazia e il federalismo. Bruxelles prima di Berna, insomma.

Chi ritiene che si tratti di una questione puramente giuridica sbaglia. La domanda fondamentale da porsi è chi deciderà, in futuro, quali saranno i valori alla base della nostra società. Suscita allarme soprattutto la situazione nell’ambito della politica dell’educazione. Oggi, sono i cantoni a stabilire le regole che valgono per la scuola. In futuro, però, i cantoni potrebbero subire pressioni crescenti per adeguarsi agli sviluppi europei in campo giuridico e politico.

In molti paesi europei sono in corso da tempo tentativi di introdurre nell’insegnamento, sin dall’infanzia, concezioni di natura ideologica su genere, identità e sessualità. I genitori che chiedono un’educazione sessuale più moderata e consona all’età dei loro figli vengono sempre più marginalizzati. Nessuno, oggi, può garantire che, a fronte di legami giuridici sempre più stretti con la UE, non si presentino, presto o tardi, sviluppi analoghi anche in Svizzera.

Non dobbiamo rinunciare alla nostra democrazia alla leggera. Lo studio descrive il meccanismo che accresce l’influenza delle istituzioni europee. La conclusione che ne traggo personalmente, a livello politico, è chiara: laddove la Svizzera perde la propria sovranità, cresce il rischio che le agende socio politiche di Bruxelles impongano in modo sempre più marcato la loro linea, anche nell’ambito della scuola.

Non voglio che ciò che viene insegnato ai nostri figli alla scuola dell’infanzia e alle elementari sulla sessualità o sulla famiglia venga influenzato in modo strisciante da ideologie internazionali o europee. Spetta in ogni caso sempre ai genitori decidere. L’Associazione Iniziativa di protezione rappresenta molto più della sola protezione dei minori.

Difendiamo, infatti, anche la nostra democrazia diretta, il nostro ordinamento federale e il diritto della Svizzera di determinare autonomamente i propri valori. Chi oggi volge lo sguardo altrove sulla questione degli accordi bilaterali III, potrebbe un domani scoprire che non è più Berna, bensì Bruxelles a stabilire quali modelli sociopolitici siano trasmessi ai nostri figli. Ecco perché c’è solo una risposta: un «no» a questi accordi bavaglio dell’Unione europea.

Ex CN Andrea Geissbühler,
Granconsigliera Canton Berna, insegnante di scuola
dell’infanzia, agente di polizia, presidente dell’Associazione
Iniziativa di protezione, Bäriswil (BE)

L’avvocata Nicole Burger: «Impegnarsi contro l’ipersessualizzazione è utile, e quando all’orizzonte si profila la possibilità di dovere giustificare le proprie azioni, l‘esperienza insegna che l’agire si fa più circospetto.»

Una lobbista di Aiuto Aids St. Gallo-Appenzello oltrepassa i limiti nell’educazione sessuale e un allievo denuncia il caso, dando avvio a una causa legale e ottenendo parzialmente ragione. Anche la politica si occupa della vicenda. Il caso mostra in modo esemplare cosa non funziona e come le vittime possono difendersi.

Scorrendo gli atti, si stenta a credere ai propri occhi: ciò che viene alla luce è un vero e proprio tutorial pornografico ad
uso degli allievi delle scuole elementari. Una lobbista del centro specialistico per l’AIDS e le questioni sessuali, pre sentatasi in classe come omosessuale, aveva visitato una quinta elementare nel comune di Bütschwil Ganterschwil frequentata da bambini di dieci e undici anni. Nella lezione impartita ha oltrepassato i limiti, facendo scattare le lamen tele di uno dei giovani allievi. La «specialista» aveva trattato temi quali la donazione di sperma e la maternità surrogata, quest’ultima proibita in Svizzera. I bambini sono inoltre stati invitati a disporre dei cartoncini che rappresentavano una coppia eterosessuale e una coppia lesbica, dal loro primo incontro fino al rapporto sessuale.

La lobbista, inoltre, aveva mostrato loro un pene in 3D e una vagina in stoffa e indossato un preservativo sul pene di fronte ai bambini – di dieci e undici anni – invitandoli poi a toccare il pene di stoffa. Ha inoltre affermato che guardare film pornografici sarebbe normale a partire da una certa età e indicato agli allievi un sito Internet dove potevano trovare «la dimensione giusta del preservativo per il loro pene», come risulta dagli atti.

Coinvolgimento in atti sessuali
L’esperienza ha comprensibilmente turbato i bambini, com promettendo in modo duraturo il loro sviluppo sessuale, proseguono gli atti.

I minori sono stati coinvolti, in aula, in atti a sfondo sessuale «né voluti né richiesti».

Simili abusi nei confronti di minorenni, miranti a imporre una sessualizzazione precoce e finalizzati all’indottrina mento ideologico gender, non sono purtroppo rari nelle scuole svizzere. Ciò che rende la vicenda particolare, in questo caso, è che uno degli allievi coinvolti e i suoi genitori si sono costituiti, con successo, parte civile.

Ciononostante, la procura del Canton San Gallo non ha dato seguito alla denuncia, chiudendo il procedimento a carico della lobbista. Il ragazzo e i suoi genitori non si sono tuttavia dati per vinti e hanno inoltrato un reclamo alla camera dei ricorsi penali del Canton San Gallo. L’istanza di ricorso, con decisione del 28 maggio 2026, ha dato parzialmente ragione al giovane studente. Il caso ritorna ora all’istanza precedente per l’apertura di un procedimento giudiziario a carico della collaboratrice del centro specialistico. Parallelamente è in corso un reclamo all’autorità di vigilanza presso il Dipartimento dell’educazione.

Rilevanza penale
L’avvocata Nicole Burger, patrocinatrice dello student delle elementari e dei suoi genitori, è soddisfatta della vit toria di tappa.

Che conferma quanto «l’impegno contro l’ipersessualizzazione sia utile.

Le scuole e le organizzazioni esterne, quest’ultime spesso incaricate di svolgere le lezioni di educazione sessuale, non possono trasmettere contenuti a piacimento senza supervisione».

La camera dei ricorsi penali ha affermato in modo inequivocabile che mostrare contenuti pornografici può «avere conseguenze sotto il profilo penale». La questione dovrà ora essere approfondita dal pubblico ministero.

Le scuole devono informare i genitori
La vicenda, riportata dalla Weltwoche e da altri media, è nel frattempo diventata un caso politico. I consiglieri cantonali Heinz Herzog (UDF) ed Esther Granitzer (UDC) hanno presentato una mozione volta a garantire la presenza di un insegnante qualificato durante le lezioni di educazione sessuale, nonché il coinvolgimento e la piena informazione dei genitori prima delle lezioni previste. Alle organizzazioni esterne con un background ideologico o attivista non dovrebbe più essere concesso l’accesso alle scuole elementari, e nessun minore dovrebbe essere ostacolato nel proprio sviluppo personale da contenuti inappropriati.

Nella sua risposta del 19 maggio 2026, il Consiglio di Stato si limita ai formalismi. Osserva, tuttavia, che le scuole e gli insegnanti sono responsabili dei contenuti didattici trasmessi, anche quando le lezioni sono condotte da personale esterno. Inoltre, le scuole sono tenute a informare i genitori in anticipo, per iscritto o oralmente, sulla natura, sulle modalità di attuazione e sugli obiettivi delle lezioni di educazione sessuale.

Coinvolgere le direzioni scolastiche
L’avvocata Burger spera quindi che «la decisione della camera dei ricorsi penali, unitamente alla presa di posizione del Consiglio di Stato, contribuisca a fare in modo che in futuro le direzioni scolastiche informino in tempo utile i genitori sui contenuti e i materiali impiegati nelle lezioni». Ai genitori si consiglia di partecipare agli eventi o alle riunioni informative e porre domande critiche. Qualora vi siano elementi che facciano ritenere che i contenuti non poggino su basi scientifiche o non siano trasmessi tenendo conto dell’età dei destinatari, occorre intervenire senza indugio presso la direzione scolastica o il Consiglio comunale. Agli allievi deve essere comunicato chiaramente e in anticipo che sono liberi di lasciare l’aula se non si sentono a loro agio.

Ad ogni buon conto, «quando all’orizzonte si profila la possibilità di dover giustificare le proprie azioni, l’esperienza insegna che l’agire si fa più circospetto.»

Immagine: ahsga.ch

Imperdonabile: Aiuto AIDS di San Gallo - Appenzello pubblicizza
sulla sua homepage il controverso opuscolo porno «HEY YOU»

Iniziativa di protezione come punto di contatto
Il caso di Bütschwil mostra che vale la pena opporsi e far valere i propri diritti. Non si deve lasciare campo libero alle scuole e ai propagandisti di organizzazioni esterne.

Notiamo con un certo disappunto che il Consiglio di Stato sangallese evita completamente di esprimersi su questioni quali la conformità del piano didattico o l’adeguatezza all’età di contenuti quali la maternità surrogata, il consumo di materiale pornografico o le dimensioni di un preservativo a bambini dai dieci agli undici anni. In tal modo il Consiglio di Stato dà a intendere, da una parte, di non voler limitare l’autonomia decisionale della scuola, dall’altra, però, di trascurare il proprio dovere di diligenza nei confronti degli allievi.

Restiamo vigili e segnaliamo i contenuti inappropriati. L‘Associazione Iniziativa di protezione funge anche da punto di contatto offrendo aiuto alle persone coinvolte: Tel. 061 702 01 00, info@iniziativa-di-protezione.ch

Sehr geehrter Herr Staatsrat Darbellay

Mit diesem Offenen Brief fordern wir Sie und den Staatsrat dringend auf, die Beeinflussung und Indoktrination der Kinder durch die LGBTIQ*-Ideologie an den Schulen des Kantons Wallis zu stoppen. Denn unter dem Deckmantel der Missbrauchsprävention werden schon die Kleinsten auf Regenbogenkurs gebracht.

Wie unter anderem der TV-Sender Canal 9 berichtete (Sendung vom 19. Juni 2026), wird im Wallis bereits «Sexualunterricht im Kindergarten» vermittelt. Durchgeführt wird dieser Unterricht von den mit Steuergeldern finanzierten und vom Staat mandatierten SIPE-Beratungszentren. Das Ziel des Kinderschutzes ist dabei unbestritten.

Doch das ist nicht der Fall. Dieser Unterricht ist keineswegs so weltanschaulich neutral, wie er sich gibt, sondern ein potentielles Einfallstor für die Gender- und Transgenderideologie («LGBTIQ*»), wie faktenbasierte Recherchen belegen. Auf schweizerischer Ebene sind die SIPE-Zentren Mitglied von Sexuelle Gesundheit Schweiz. Auf internationaler Ebene teilen sie nach eigenen Angaben «die Werte der International Planned Parenthood Federation, die das Recht auf sexuelle und reproduktive Gesundheit für alle verteidigt». Auch berufen sie sich auf die Weltgesundheitsorganisation, die sexuelle Rechte ab Geburt stipuliert und allen Ernstes ebenfalls ab 0 Jahren Sexualerziehung fordert, was eigentlich Sache der Eltern ist.

Weiter haben die SIPE-Zentren im Juli 2024 mit der Aidshilfe des Kantons Wallis fusioniert. Dadurch habe das «Engagement für die Schlüsselpopulationen» verstärkt werden können. Und wer sind diese «Schlüsselpopulationen»? An erster Stelle werden «LGBTIQ-Personen» erwähnt, noch vor «Sexarbeitenden» und «Migrant:innen aus Ländern mit hoher HIV/STI-Prävalenz».

Mehr noch: Ein von Canal 9 als Kronzeugin für den angeblich neutralen Sexualunterricht zitierte Sexualpädagogin hat eine Diplomarbeit bei der Lobbyorganisation Sexuelle Gesundheit Schweiz zum Thema «Kinderbücher und LGBTIQ*» geschrieben. Darin will sie «exemplarisch zeigen, wie man LGBTIQ*-Themen anhand von Büchern behandeln kann».

Die offenkundige pädagogische Absurdität, bereits Kinder ab 0 Jahren als sexuelle Wesen anzusprechen, sexuell zu erziehen und mit der LGBTIQ*-Ideologie zu berieseln, wird in dieser Arbeit als erklärtes Ziel deklariert. Ausserdem heisst es, die Abschlussarbeit sei «hilfreich, um auf die Bedürfnisse der Lehrpersonen im Umgang mit LGBTIQ*-Themen einzugehen und um konkrete Ideen zu liefern». Das Ergebnis der Überlegungen sei die Zusammenstellung eines «Regenbogenkoffers», der das «Endprodukt des Projekts» darstelle.

Damit steht die angeblich rein sachliche Missbrauchsprävention in einem hochideologisierten Zusammenhang. Es geht ganz offensichtlich (auch) darum, schon den Kleinsten LGBTIQ*-Inhalte näher zu bringen. Die Gefahr ist deshalb konkret und akut, dass die Kinder sexuell verunsichert und indoktriniert werden können. Unter dem Deckmantel der «Prävention» soll also im Wallis bereits im Kindergarten «Sexualaufklärung» angeboten werden, welche eine übergriffige Sexualideologie transportieren kann. Sehr viele Eltern und Bildungsverantwortliche gehen jedoch davon aus, dass es sich nur um «Präventionsunterricht» handelt.

Der Kanton Wallis verkennt dies vollständig, wenn er solchen «sexualpädagogischen Unterricht auch für die ganz Kleinen» empfiehlt. Offenbar wird die Entscheidung dabei den Gemeinden überlassen: Lötschental, Goms, Brig und Naters nehmen das Angebot der SIPE-Zentren bereits in Anspruch. Ab nächstem Jahr will es auch Visp einführen.

Vor dem Hintergrund dieser bedenklichen Fakten bitten wir Sie deshalb eindringlich, dieser gefährlichen Beeinflussung der Kinder durch die LGBTIQ*-Ideologie an den Walliser Schulen und Kindergärten Einhalt zu gebieten. Bitte bestätigen Sie uns den Erhalt dieses Briefes und den Inhalt und Umfang der getroffenen Massnahmen, damit keine LGBTIQ-Inhalte im Unterricht unter dem Deckmantel «Prävention vor Missbrauch» transportiert werden können, was Kinder sexuell verunsichern und psychisch schädigen kann.

Gerne stehen wir auch für einen persönlichen Austausch zur Verfügung.

Wir sind gespannt auf Ihre Antwort und verbleiben mit

freundlichen Grüssen

Verein Schutzinitiative
Postfach
4142 Münchenstein
info@iniziativa-di-protezione.ch
iniziativa-di-protezione.ch

PS: Unsere aktuelle Berichterstattung über die Walliser Kindergärten:
iniziativa-di-protezione.ch/iniziativa-di-protezione-attualita/

Immagine: IA generato

Raccomandazione: proteggete i vostri figli, anche chiamando la polizia, se necessario!

Il pretesto della prevenzione contro gli abusi serve ora a portare sulla strada «arcobaleno» persino i più piccoli. In una lettera aperta, l’Associazione Iniziativa di protezione chiede al Consiglio di Stato vallesano di porre fine al condizionamento ideologico dei bambini nelle scuole dell’infanzia.

Nel servizio di circa cinque minuti realizzato dalla rete televi siva locale Canal 9, l’educazione sessuale destinata alle scuole dell’infanzia sembra innocua e sensata. L’ educatrice sessuale Viviane Probst dice di spiegare ai bambini che i loro corpi appartengono a loro, che hanno dei diritti, che agli adulti non è consentito guardare e men che meno toccare i loro genitali. Ai bambini si spiega che vi sono anche eccezioni, come quando si va dal dottore o hanno bisogno di aiuto per andare in bagno.

La rete televisiva si schiera dalla parte dell’educatrice ses suale, che si sposta con una «valigia arcobaleno» che sem bra fatta apposta per pubblicizzarne gli ideali. «Insegnare alla scuola dell’infanzia con un approccio ludico garantisce una protezione più efficace dei più piccoli», dice una voce fuori campo, riassumendo il servizio. In fondo, chi è contra rio a proteggere i bambini dagli abusi?

Cavallo di troia per l’ideologia transgender

Ma questa «educazione sessuale» per i piccoli in età presco lastica non è affatto oggettiva e neutrale come si vuole far credere. Al contrario, costituisce un’espediente per diffon dere contenuti ideologici gender e transgender (LGBTIQ), come lo mostrano ricerche svolte dall’Associazione Iniziativa di protezione.

Le lezioni sono svolte da cosiddetti centri di consulenza SIPE1, che prosperano grazie ad appalti pubblici e sovvenzioni milio narie elargite dal cantone. A livello nazionale, i centri SIPE sono membri di Salute Sessuale Svizzera. Sul piano internazio nale, dicono di condividere «i valori della International Plan ned Parenthood Federation, che difende il diritto alla salute sessuale e riproduttiva di tutti». Si rifanno inoltre all’Organiz zazione Mondiale della Sanità, che promuove i diritti sessuali a partire dalla nascita e chiede l’educazione sessuale a partire da 0 anni.

L’apparentemente neutrale educatrice sessuale Probst, ha scritto il suo lavoro di diploma «Libri per bambini e LGBTIQ*» presso la nota organizzazione lobbista Salute Sessuale Sviz zera. Il suo lavoro di diploma intende «esemplificare come si possa trattare la tematica LGBTIQ nei libri».

In viaggio con la «valigia arcobaleno»

Nel suo lavoro, Probst dichiara di considerare obiettivi deside rabili, per i bambini a partire da 0 anni, assurdità come il con siderarli esseri sessuali, educarli sessualmente (che e compito dei genitori) e instillare loro l’ideologia LGBTIQ. Del resto, ritiene la sua tesi «utile per approcciare le esigenze degli inse gnanti nell’affrontare temi LGBTIQ e offrire loro spunti concreti». Tutto questo ha portato a ciò che rappresenta il «prodotto finale del progetto»: la valigia arcobaleno.

Una prevenzione contro gli abusi, dunque, con uno stretto le game ideologico.

L’obiettivo, evidentemente, è quello di inculcare contenuti LGBTIQ già ai più piccoli, senza considerare le possibili conseguenze: bambini sessualmente insicuri e con danni psicologici.

Immagine: redazione AIP

Poco dopo la sua introduzione e in seguito alle forti critiche sollevate, la sex box basilese (vedi «Sexbox», 2011) venne «edulcorata» nei suoi contenuti e non più impiegata nella forma inizialmente prevista. Ci pensa ora la nuova «valigia arcobaleno» a ripristinarla, magari in peggio?

Richieste al Consiglio di Stato

Il Canton Vallese ignora o nasconde bellamente questi fatti quando caldeggia l’amministrazione di queste «lezioni di edu cazione sessuale anche ai più piccoli». La decisione finale viene demandata ai comuni. Lötschental, Goms, Brig e Naters già si avvalgono dell’offerta SIPE, e l’anno prossimo vuole farvi ricorso pure il comune di Visp.

L’Associazione Iniziativa di protezione vuole un cambiamento di rotta. In una lettera aperta al Consiglio di Stato vallesano richiamiamo questi discutibili retroscena e chiediamo ai re sponsabili politici di confermare per iscritto che le lezioni non sfruttino il pretesto della «prevenzione contro gli abusi» per
trasmettere contenuti LGBTIQ.

1 L’abbreviazione SIPE sta per sessualità, informazione, prevenzione e educazione. Si tratta di una rete di centri di consulenza del Canton Vallese.

Foto fornita

Heinz Herzog,
Granconsigliere UDF, Thal SG

Secondo Bettina Surber, Granconsigliera PS e direttrice del Dipartimento della pubblica educazione del Canton San Gallo, i docenti devono adattare l’educazione sessuale «alla fase di sviluppo e all’età di allieve e allievi.»1 Ciò che in teoria sembra ragionevole, nella realtà si presenta sotto tutt’altra veste. Ecco cosa ne pensa il Granconsigliere UDF Heinz Herzog.

INIZIATIVA DI PROTEZIONE – ATTUALITÀ: Nella scuola elementare di Bütschwil-Ganterschwil (SG), l’educazione sessuale è finita al centro delle critiche. Cos’è successo?

Granconsigliere Heinz Herzog: La scuola in questione ha delegato le lezioni di educazione sessuale della quinta elementare ad Aids-Hilfe St. Gallen-Appenzell (Aiuto Aids San GalloAppenzello). Una signora dichiaratamente lesbica ha svolto una lezione di educazione sessuale in una classe di quinta elementare composta di allievi di 10 anni, mostrando loro una vagina e un pene di gommapiuma e invitandoli poi a toccare il preservativo applicato sul modello di pene, il tutto in assenza della docente titolare. E non è tutto: ha pure attirato la loro attenzione su pagine con contenuti pornografici, dicendo ad allieve ad allievi che a partire da una certa età non c’era nulla di male a fruirne.

INIZIATIVA DI PROTEZIONE – ATTUALITÀ: Cosa ne pensa di questa forma di «educazione sessuale»?

Granconsigliere Heinz Herzog: Siamo di fronte a una palese violazione dei diritti dei genitori. La responsabilità educativa compete ai genitori. Non esiste un diritto della scuola (e il piano educativo, del resto, nemmeno lo prevede) a dispensare una forma di educazione indottrinante come questa, pervasa di ideologia gender, oltretutto a persone così giovani. Così si condizionano ragazze e ragazzi creando insicurezze.

INIZIATIVA DI PROTEZIONE – ATTUALITÀ: Lei ha presentato un’interpellanza al parlamento cantonale. Cosa si aspetta da questa sua iniziativa?

Granconsigliere Heinz Herzog: Ho presentato l’interpellanza in questione insieme alla Granconsigliera UDC Esther Granitzer e una ventina di cofirmatari. L’obiettivo è semplice: fare in modo che il sistema educativo adempia alla sua missione educativa nei confronti dei giovani. L’educazione sessuale deve mirare a rafforzare la personalità di bambini e adolescenti e le loro domande dovrebbero ricevere risposte consone alla loro età. Per quanto riguarda le diverse funzioni corporee di uomo e donna dal punto di vista biologico, queste dovrebbero essere spiegate senza colorazioni ideologiche. In ultima analisi, la scuola non deve mettere in discussione il diritto dei genitori di educare i bambini in sintonia con i loro valori e la loro fede. Vogliamo perciò sensibilizzare i politici su temi come questi e chiedere che siano banditi dalle scuole del cantone «educatori sessuali esterni» attivi presso istituzioni dall’impronta ideologica.

1 Da una lettera inviata il 26 novembre 2025 all’Associazione Iniziativa di protezione.

Immagine: bern.ch

Guida bernese spiccatamente ideologica

Nell‘amministrazione cittadina di Berna spuntano germogli insoliti

Andrea Geissbühler
Ex-Consigliera nazionale,
Bäriswil (BE)

Come neoeletta Granconsigliera del Canton Berna, sono lieta di poter di nuovo raccontare quanto accade nella nostra capitale federale.

La città di Berna, che conta suppergiù 135’000 abitanti, si permette un apparato amministrativo decisamente di peso: le oltre 4500 persone che impiega lavorano infatti non per il governo federale, bensì unicamente per la città. Negli uffici di un palazzo sito in Effingerstrasse 21, di recente riattato per 2,6 milioni di franchi, ha da poco traslocato una piccola sezione dal nome «Berna città della cultura». Vi lavorano una ventina di persone, incaricate della gestione di istituzioni quali, fra le altre, il Museo storico di Berna o la Reithalle (il maneggio), che a Berna continua a incassare sostegni statali nonostante il caos organizzato che lo circonda.

Parlando di cultura, avreste mai pensato a «diversità e inclusione»? Io, francamente, no, ma i promotori della cultura della città di Berna sì. A febbraio di quest’anno, è infatti apparsa una loro guida di 22 pagine per la «promozione della cultura orientata alla diversità destinata a sponsor pubblici e privati», intitolata «Promuovere la diversità, rafforzare l’equità».

Personalmente, non ho nulla contro la diversità, anzi, è proprio la diversità a fare della Svizzera ciò che è e a caratterizzarne la cultura. Cosa sarebbe il nostro paese senza le nostre quattro regioni linguistiche e senza i tanti dialetti? Cosa sarebbe senza il Zibelemärit bernese, il Carnevale di Basilea o il Sechseläuten di Zurigo? Senza poi dimenticare tutte le persone che si sono trasferite da noi, in Svizzera, regalandoci, con il loro apporto culturale, prelibatezze come la pizza o il curry tailandese…

L’elenco potrebbe allungarsi a piacimento, perché di diversità, nel nostro paese, ce n’è davvero tanta, e io ne vado fiera.

Mi pare quindi alquanto discutibile promuovere la cultura in modo ideologico ricorrendo a una guida dal motto «promuovere la diversità, rafforzare l’equità».

Ad ogni buon conto, i nobili requisiti di diversità ed equità presi a prestito per la promozione culturale, in fondo non mi sembrano porre particolari problemi, visto che si rivolgono ad adulti che possono sottrarsi a regolamentazioni motivate dal politicamente corretto a sostegno della causa della diversità.

Il mio sguardo diventa però molto più critico se simili requisiti di equità e diversità entrano nelle scuole del cantone e dei comuni.

I bambini e gli adolescenti che seguono lezioni scolastiche obbligatorie non possono sottrarsi ad indottrinamenti di stampo ideologico. Gli «evangelisti dell’equità e della diversità» sono pertanto gentilmente invitati a girare al largo dalle nostre scuole.

Se dunque vi capita di assistere allo sbocciare di insoliti germogli che lasciano intravvedere la presenza di ideologie inopportune nella scuola frequentata dai vostri figli, non esitate a segnalarli alla segreteria della nostra associazione (telefono 061 702 01 00 / www.iniziativa-di-protezione.ch). Ve ne saremmo davvero grati.

Ex CN Andrea Geissbühler,
Granconsigliera Canton Berna, insegnante di scuola
dell’infanzia, agente di polizia, presidente dell’Associazione
Iniziativa di protezione, Bäriswil (BE)

Immagine: istockphoto.com

«Solo con il mio amico IA posso parlare di tutto in qualsiasi momento: mi capisce sempre!»
Ma ciò che dice non è sempre vero (n.d.r.)

Sempre più bambini e adolescenti sviluppano relazioni emotive con i chatbot.1 Ciò indebolisce la loro capacità di sviluppare relazioni equilibrate con il prossimo, impoverendo i loro contatti sociali. Solitudine, incapacità di relazionarsi e gravi psicosi possono esserne le conseguenze.

Si contano già a milioni i giovani che tengono conversazioni personali con i chatbot invece che con genitori, fratelli, amici o conoscenti. Giorno e notte, ragazze e ragazzi possono parlare dei loro problemi e rivolgere domande al loro «amico IA» personale, sempre disponibile a sfornare, ora dopo ora e con tanta pazienza, risposte a ogni genere di domanda.

Siccome i modelli di intelligenza artificiale sono addestrati per fornire risposte utili, amichevoli e cooperative, l’utente è lusingato dal ricevere le risposte che vuole sentirsi dire, che spesso però non sono affatto giuste.

Ragazze e ragazzi tendono così a sviluppare uno stretto legame emotivo con i chatbot, che possono sì portare sollievo, ma veicolano anche un’immagine completamente distorta delle relazioni umane.

Nello scambio con il confidente IA mancano il dissenso e il conflitto, una carenza che compromette lo sviluppo di strategie per la creazione di legami solidi e ostacola o rende impossibile lo sviluppo di relazioni interpersonali normali.

Ragazze e ragazzi apprendono empatia e fiducia attraverso la risonanza emotiva reciproca, cioè provando vera empatia e compassione, interpretando la mimica facciale, il tono di voce e le reazioni delle persone con cui interagiscono. I chatbot simulano tali reazioni solo verbalmente o allo schermo, portando i bambini a sviluppare false aspettative riguardo alle reali interazioni sociali. Ne consegue che incontrano difficoltà a riconoscere e rispondere ai sentimenti reali delle persone che frequentano e ad apprendere a costruire rapporti di fiducia basati sulla prevedibilità e affidabilità delle relazioni umane.

L’Associazione Iniziativa di protezione ne ha parlato con lo psicologo americano Zachary Stein. Zachary Stein è co-fondatore della AI Psychological Research Coalition (aiprc.org) e svolge ricerche sugli effetti che ha l’intelligenza artificiale sulla psiche degli adolescenti. Stein nota che i chatbot interferiscono con i meccanismi biologici che regolano la capacità di impegnarsi in relazioni interpersonali profonde.

Lo psicologo americano cita l’esempio di un giovane student che torna a casa da scuola e si rinchiude subito nella sua stanza per raccontare gioiosamente al chatbot dei buoni voti presi a scuola. In precedenza, il giovane aveva studiato per l’esame con il chatbot. «Il ragazzo ottiene dal chatbot lo stesso tipo di risposta emotiva che dovrebbe in realtà ricevere da sua madre», afferma Stein.

Le risposte consenzienti e rassicuranti dei chatbot promuovono legami emotivi. Secondo Stein, c’è il rischio che le «strutture neurologiche responsabili dei legami emotivi vengano ‹hackerate›». «Fra le possibili conseguenze vi sono sintomi quali la Perdita del senso della realtà, psicosi e profondo isolamento» (swissinfo.ch).

L‘Associazione Iniziativa di protezione raccomanda:

  • di consentire l‘accesso ai chatbot solo sotto stretta sorveglianza;
  • di non consentire l’uso di uno smartphone prima dei 14 anni;
  • di non concedere un accesso personale ai social media prima dei 16 anni;
  • di consentire l’accesso a Internet e alle chat solo tramite il computer di famiglia;
  • e, aspetto fondamentale, accanto a imporre divieti e controlli, parlare con gli adolescenti.
Immagine: m.a.d.

Segnatevi la data in agenda:

sabato 22 agosto 2026,
ore 11:00, Olten – con aperitivo a seguire!

Conferenza sul tema:

«La trasformazione
ideologica della società.

Diversità, inclusione e
diktat linguistici»

Relatore:

Dr. med. Christian Spaemann,
specialista in psichiatria e psicoterapia,
Braunau am Inn / Austria.

Il dottor Christian Spaemann è figlio del celebre
filosofo tedesco Robert Spaemann (1927 – 2018).

Iscrizione via e-mail scrivendo a
info@iniziativa-di-protezione.ch

1 Un chatbot è un programma che simula le conversazioni umane con un linguaggio naturale per rispondere in modo automatico alle richieste degli utenti. Con i chatbot si può comunicare oralmente o per iscritto, 24 ore su 24, 7 giorni la settimana e 365 giorni l’anno. Sono disponibili sia in versione web su browser, sia su smartphone con app Android e iOS.

Immagine: iStock

Le «transizioni di genere» generanoinfelicità dice uno studio finlandese

Uno studio su larga scala condotto in Finlandia conferma una marcata incidenza di disturbi psichiatrici negli adolescenti che hanno intrapreso un percorso di transizione di genere. Sono risultati che non possono lasciare indifferenti, nemmeno in Svizzera. L’Associazione Iniziativa di protezione invita le autorità competenti a vietare il metodo trans-affermativo, ritenuto poco scientifico e dimostrabilmente nocivo.

Lo studio, apparso sulla rivista «Acta Paediatrica»1 a inizio aprile 2026 , esamina la salute mentale degli adolescenti che hanno intrapreso una «transizione di genere», raffrontandola a un gruppo di controllo. Lo studio ha messo a confronto tutte le persone di età inferiore ai 23 anni seguite dal 1996 al 2019 dei servizi specializzati in questioni riguardanti l’identità di genere con un gruppo di controllo di oltre 16 000 persone.

I risultati di questo certosino lavoro statistico e scientifico sono tanto chiari quanto sconvolgenti: secondo lo studio, gli adolescenti transgender sono significativamente meno sani degli adolescenti che non hanno fatto una transizione di genere e mostrano un’incidenza «significativamente più alta» di disturbi psichici.

Molti giovani già malati peggiorano il loro stato di salute

La «transizione di genere» non migliora la salute mentale pregressa di chi vi si sottopone. Al contrario, a due o più anni dal contatto con i servizi specialistici, i disturbi psichici risultano nettamente peggiorati.

Ecco le cifre: fra gli adolescenti con «disforia di genere percepita », l’incidenza dei disturbi psichiatrici era già significativamente più alta prima della presa a carico (45,7% contro il 15,0% del gruppo di controllo). A distanza di oltre due anni dal primo contatto, la percentuale sale ulteriormente fino al 61,7%, a fronte del dato sostanzialmente stabile (14,6%) riscontrato nel gruppo di controllo.

Lo studio prosegue evidenziando come tra gli adolescenti che si sono sottoposti a un intervento medico di riassegnazione del sesso, i disturbi psichici siano nettamente aumentati nel periodo di osservazione post-intervento, balzando dal 9,8% al 60,7% nel caso della «riassegnazione femminilizzante» e dal 21,6% al 54,5% nel caso della «riassegnazione maschilizzante ».

La moda gender aggrava il problema

I ricercatori concludono rimarcando che: «I disturbi psichiatrici gravi sono frequenti tra gli adolescenti seguiti dai servizi specializzati nell’identità di genere e sembrano comparire con frequenza ancora maggiore tra coloro che sono stati presi a carico dopo il recente aumento dei contatti con i suddetti servizi. I bisogni psichiatrici, pertanto, non diminuiscono affatto dopo la transizione di genere.»

Ciò significa, inoltre, che le transizioni di genere, nel frattempo diventate un tendenza diffusa un po’ovunque, hanno acuito e aggravato il problema dei disturbi mentali negli adolescenti e nei giovani adulti interessati, aumentando in modo marcato le necessità di cura di questi giovani, il cui numero è in costante aumento.

Dopo la riassegnazione di genere la situazione peggiora ulteriormente

Lo studio smentisce inoltre l’opinione diffusa secondo cui gli adolescenti convinti di trovarsi nel corpo «sbagliato» sarebbero più felici se «allineano» il proprio sesso. I risultati provenienti dalla Finlandia dimostrano invece l’esatto contrario e indicano, al contrario, un peggioramento della situazione.

Lo studio peraltro afferma: «Sia prima che dopo la presa a carico, gli adolescenti interessati soffrivano di disturbi psichiatrici con frequenza nettamente maggiore rispetto al gruppo di controllo. Le necessità di trattamento spesso permangono e, a volte, persino aumentano dopo l’intervento medico».

I risultati sottolineano «la necessità di svolgere accertamenti psichiatrici approfonditi e di dispensare un trattamento continuo durante l’intero processo della transizione medica di genere », proseguono gli autori.

Salute gravemente a rischio

A credere ai risultati dello studio – che vanno considerati con estrema serietà sotto ogni punto di vista – la conclusione che se ne ricava è che stiamo assistendo a un’evoluzione fuorviante e dannosa. È, purtroppo, una deriva ancora ampiamente promossa da organismi governativi e privati, nonché all’interno delle scuole elementari e dell’infanzia e persino negli asili nido.

Ecco quindi dimostrato, nero su bianco, tutto ciò contro cui l’Associazione Iniziativa di protezione ha sempre messo in guardia.

Secondo lo studio, il cosiddetto approccio trans-affermativo, oggi insegnato e propagato ovunque, mette in serio pericolo la salute di bambini e adolescenti.

Anche in Svizzera la messa in discussione e l’instillazione di dubbi sull’identità sessuale inizia già negli asili nido, dove ai bambini vengono mostrati libri illustrati sul tema, per proseguire poi nella scuola dell’infanzia e raggiungere il culmine nei livelli di scuola successivi con un’educazione sessuale ideologizzata, spesso condotta da attivisti non binari e queer.

L’Associazione Iniziativa di protezione continua a mettere in guardia contro l’approccio trans-affermativo (cfr. riquadro) e sottolinea la necessità di agire a vari livelli, ad esempio scrivendo lettere ai direttori dell’istruzione e della sanità di tutti i 26 cantoni. Chiediamo anche ai genitori di passare all’azione, ad esempio, contattandoci se i loro figli sono esposti a contenuti nocivi durante le lezioni.

In ogni modo, è chiaro che, dopo lo studio finlandese, i responsabili non possono più rifugiarsi dietro ai «non so» o trovare scuse! Dobbiamo spingere chi opera nel settore dell’educazione e della sanità ad assumersi la responsabilità del benessere dei nostri bambini e dei nostri adolescenti.

L‘approccio trans-affermativo conferma prematuramente un‘identità di genere percepita in modo puramente soggettivo, spesso senza procedere ai necessari accertamenti psichiatrici. Così facendo, i contesti psicologici e sociali, nonché i rischi medici, non vengono considerati a sufficienza, se non del tutto ignorati. Il «cambio» di sesso avviene perlopiù per ragioni ideologiche.

1 Studio: Psychiatric Morbidity Among Adolescents and Young Adults Who Contacted Specialised Gender Identity Services in Finland in 1996–2019: A Register Study

Responsabile della strage di otto persone avvenuta in Canada non era una «donna», bensì un uomo intenzionato a cambiare sesso. Il caso solleva interrogativi sulla salute mentale e la propensione alla violenza delle persone transgender.

Il terribile fatto di sangue si è verificato il 10 febbraio scorso a Tumbler Ridge, nella provincia canadese della Columbia Britannica. Sono otto le persone che l’omicida ha ucciso, prima di togliersi egli stesso la vita. Tra queste la madre, il fratellastro, un insegnante e cinque adolescenti di età compresa tra i dodici e i tredici anni. 27 sono i feriti, secondo quanto riferito dalla polizia.

Particolare sconvolgente della vicenda, oltre all’entità della strage e alla giovane età dell’autore (appena 18 anni), è il fatto che i media avevano inizialmente attribuito il gesto a una donna. Alcuni ne riferiscono ancora oggi in questi termini o lasciano invariati i resoconti originali. È raro che una persona di sesso femminile commetta simili atti.

Problemi psichici e consumo di stupefacenti
La realtà è che nel caso dell’autore si tratta di una persona transgender, nata biologicamente uomo, ma che si identificava come donna. Secondo la polizia, era noto già da tempo per problem di salute mentale. In precedenza, era stato arrestato a più riprese e sottoposto a visite mediche. Durante gli arresti erano anche state rinvenute armi. Nel frattempo, è emerso che l’autore facesse pure uso di droghe e avesse appiccato incendi in appartamenti. Sui social media aveva svelato l’intenzione di voler intraprendere un trattamento ormonale di transizione di genere.

Il caso solleva interrogativi sulla salute mentale e la propensione alla violenza delle persone transgender. Nel n. 44 di «Iniziativa di protezione – Attualità» avevamo già sottolineato che le persone transgender hanno una maggiore propensione alla violenza rispetto agli adolescenti eterosessuali. Uno studio canadese del 2022 aveva evidenziato che «gli adolescenti transgender o che si identificano in un genere alternativo» sono il gruppo che presentano il rischio più alto di radicalizzazione violenta. Inoltre, le persone con storia di transessualismo, dopo il cambiamento di sesso presentano un rischio significativamente più elevato di mortalità, suicidio e morbilità psichiatrica rispetto alla popolazione generale. Uno studio svedese aveva già mostrato anni fa che gli uomini trans, donne, quindi, che si identificano come uomini, hanno un rischio significativamente più elevato di incorrere in condanne penali dopo un intervento chirurgico di cambio del sesso rispetto al gruppo di controllo composto da donne. Ciò indica uno spostamento verso uno schema di comportamento maschile in fatto di criminalità. Aumenterebbe inoltre la tendenza a commettere crimini violenti.

Riferendosi al recente caso canadese, l’organizzazione Queer Nations, che si oppone dichiaratamente al mainstream nei circoli omosessuali, scrive che le convinzioni relative all’attivismo per i diritti delle persone trans vengono smascherate qui come una «menzogna esistenziale», specialmente quelle secondo le quali non vi sarebbe alcun collegamento fra persone transgender o affette da disforia di genere e disturbi mentali. Inoltre, le terapie ormonali potrebbero peggiorare la situazione psichicamente instabile di queste persone.

I rischi vengono minimizzati
L’articolo di Queer Nations intitolato «Strage in Canada: transessualità e salute mentale» ricorda che negli ultimi anni sono avvenute stragi, soprattutto negli Stati Uniti, causate in taluni casi da persone legate alla realtà transgender. Pure l’assassino di Charlie Kirk aveva un tale legame. Anche se non è possible parlare di una «epidemia» di criminalità trans, colpisce la frequenza con cui persone con questo background risultano coinvolte in atti di questo tipo.

Nel caso dell’identità di genere, è fortemente criticato il principio di autodeterminazione, che non fa riferimento a criteri oggettivi, e la negazione di qualsiasi collegamento fra disforia di genere e disturbi mentali, di qualsiasi tipo essi siano.

In altre parole, l’auspicata depatologizzazione, già introdotta nella classificazione internazionale delle malattie della ICD1, è un vicolo cieco, che in casi estremi può finire funestamente, come dimostra l’esempio della furia omicida di Tumbler Ridge, amplificando oltretutto il rischio di occultare malattie mentali, ritardare trattamenti necessari e banalizzare i rischi degli interventi di riassegnazione di genere.

L’Associazione Iniziativa di protezione si oppone con forza a questa tendenza, sostiene i genitori coinvolti attraverso colloqui personali e si impegna facendo pressione sui responsabili politici affinché operino un radicale cambio di rotta. Aiutateci anche voi e segnalateci le irregolarità che avvengono presso la vostra scuola. Vi forniamo con piacere informazioni e su richiesta vi assistiamo nei contatti con i docenti di classe, la direzione scolastica o i responsabili dell’istruzione.

1 ICD (International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems): sistema di classificazione standard riconosciuto a livello mondiale per le diagnosi mediche.